
"C'è uno Stato parallelo che è fatto da tutti i poteri forti organizzati che sono nelle mani della sinistra: le scuole superiori, le università, le tv, i giornali, le radio, la magistratura, le Procure della Repubblica, il Consiglio di Stato, la Corte Costituzionale e non aggiungo altro per carità di patria. Una parte degli italiani questa cosa ce l'ha molto chiara, deve diventare chiara anche agli altri".
Silvio Berlusconi - Ballarò
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Il finale dei Soprano. Parliamone

Venerdì scorso 9 maggio è andato in onda, su Italia 1 a notte fonda, il finale di serie dei "Sopranos", l'episodio 21 della sesta stagione dal titolo "Made in America". Finale di serie vuol dire che questo episodio chiude definitivamente la saga della famiglia mafiosa italo americana per eccellenza. Pur essendo andato in onda su una rete free e, per convenzione, potrei parlarne liberamente, indico comunque che alcune considerazioni svolte di seguito sono spoiler.
Ho parlato varie volte dei Soprano in quanto mia serie televisiva preferita. Per questo motivo, figuro tra i primi risultati di google per chi cerca informazioni sul telefilm. Negli ultimi giorni, causa finale di stagione su Italia 1, ho ricevuto moltissimi contatti aventi come chiave di ricerca tutte frasi tendenti a capire il finale della serie, a cercare spiegazioni e chiarimenti.
Ebbene, cominciamo subito col dire che spiegazioni univoche non ce ne sono. Il finale dei Soprano è volutamente aperto e ambiguo, soggetto a interpretazioni antitetiche in merito soprattutto alla considerazione fondamentale: Tony Soprano muore oppure no?
L'ultima scena si svolge in un ristorante: Tony è in procinto di cenare con tutta la famiglia. Aspettano solo Meadow, la figlia maggiore, che non riesce a parcheggiare l'auto nella strada di fronte. Il jukebox del tavolo rimanda la canzone "Dont stop believing" dei Journey, nel locale ci sono vari clienti, tra cui una coppia di ragazzi neri e un uomo con una giacca grigia che a un certo punto si alza e va al bagno (alle spalle di Tony). Nel frattempo Meadow arriva, il suo ingresso è anticipato dal suono della campanella posta davanti alla porta. Tony alza lo sguardo verso l'ingresso. Buio. La musica si interrompe bruscamente. Fine.
Anziché parlare del senso della scena (rimandando la questione ad un altro eventuale post), vorrei sottolineare, ancora una volta, la superficialità e dabbenaggine dell'adattamento italiano dell'episodio, a cura di Alberto Porto, già messo all'indice da queste parti per il finale mutilato della quinta stagione di "The Shield" (che come è stato successivamente appurato non è dipeso da lui ma dalla distribuzione internazionale, anche se un controllo da parte sua sarebbe stato gradito).
Ad ogni modo, nell'edizione italiana della puntata, il finale è stato mutilato e stravolto con increbibile ingenuità. Nel finale originale, infatti, la scena sopra descritta del ristorante si interrompe bruscamente sia in video che in audio, con un taglio a schermo nero che dura ben dieci secondi, dieci secondi fondamentali perché danno il senso di straniamento e di sconcerto necessari a metabolizzare una chiusura così inusuale. Io stesso, avendolo visto in originale, ho pensato, a causa di quei dieci lunghi secondi di nulla, ad un disguido tecnico, alla perdita di segnale, ad un file avi difettoso, rendendomi conto solo dopo, con la comparsa dei titoli di coda, che questo effetto era voluto, era parte integrante del senso della scena.
Nella versione italiana, forse per una insana mania di riconoscimento da parte del curatore di cui sopra, per scongiurare insomma il cambio di canale prima di apprendere l'informazione fondamentale che si, Albetto Porto è il curatore dei Soprano (ecchissene...) ecco comparire il cartello meno di un secondo dopo la chiusura sul volto di Tony Soprano, in questo modo stravolgendo quell'effetto destabilizzante che il finale originale intendeva avere.
Ecco, per capire fino in fondo e coglierne l'enorme differenza, entrambi i finali, quello originale e quello adattato:
Il finale originale
Il finale adattato
A conferma del fatto che quei dieci secondi sono fondamentali nell'economia narrativa della scena finale è lo stesso David Chase, il creatore della serie, nonché sceneggiatore e regista (in questo caso per la prima e unica volta) dell'ultimo episodio:
"David Chase also reportedly wanted the "black screen" to last for the entire duration of the credits, but could not get a waiver from the Directors Guild."
Fonte
wikipedia: http://en.wikipedia.org/wiki/Made_in_America_(The_Sopranos)
Nell'intenzione di Chase c'era insomma la volontà di far durare lo schermo nero omettendo completamente i credits, non potendolo fare per obblighi contrattuali e sindacali.
Insomma, ancora una volta è stata fatta da parte di supposti "addetti ai lavori" una magra figura, per disattenzione, disinformazione, superficialità. E, come al solito, di mezzo ci sono andati gli spettatori.
Picco, Picche, Pike

C'è un'Italia che non conosco. Ci sono persone che non capisco, gli italiani. Non sono più sicuro di nulla, dopo queste elezioni.
Alla domanda "Come stai?", fatta più pleonasticamente che per ascoltarne davvero la risposta, rivoltami da un conoscente incontrato per caso, ho risposto, altrettanto pleonasticamente, "Bene, e tu?".
In realtà, la risposta che mi frullava per la testa era "A picco", più o meno, come tutto ciò che mi circonda ultimamente.
Dopo di che le mie associazioni mentali libere mi hanno subito distolto dai pensieri deprimenti che la risposta implicava. Picco mi ha fatto venire in mente "picche", il due di picche, che è un'espressione gergale che indica un rifiuto, un mancato successo, un'aspettattiva delusa. Il seme di picche è infatti, dopo cuore, quadri e fiori, quello che vale di meno nelle carte francesi (Come Quando Fuori Piove è una filastrocca che si usa per ricordare la gerarchia di valori: le iniziali corrispondono ai rispettivi semi), e il due è a sua volta la carta che ha il punteggio più basso. Quindi il due di picche è la carta di peggior valore che ti possa capitare tra le mani.
Poi il "picche" mi ha fatto pensare a Pike, il personaggio di finzione che meglio descrive il mio stato d'animo in questo momento.
Nel 1969 un film western ridisegna l'epopea della frontiera come conquista del progresso e della civiltà sulla natura ostile e sull'uomo selvaggio, smascherando la mitologia alla John Wayne che aveva caratterizzato quel genere di cinema fino a quel momento.
E' "Il mucchio selvaggio", di Sam Peckinpah: il primo film americano che, anche grazie alle influenze dei western di Sergio Leone, mostra la natura selvaggia, prevaricatrice e senza regole della colonizzazione del west e dell'avvento della ferrovia. Il protagonista del film è Pike Bishop, un ladro alla testa di una banda al tramonto, che nella classica ultima rapina scoprirà la fine di ogni speranza, l'assenza di qualsivoglia codice d'onore, l'impossibilità di costruire un rapporto di fiducia, anche solo di onorare un patto. Questo nichilismo, questa inesorabile deriva autoditruttiva sfocia nella sequenza finale che ha reso famoso il film, ovvero un massacro gigantesco e impressionante, un balletto di morte esteticamente incredibile, girato con alternanza di inquadrature velocissime (quasi subliminali) e di sapienti ralenti, in un trionfo di morte e distruzione raramente eguagliate in pellicole successive, anche recenti.
Una conclusione che spiazza per la sua inaspettata furia. Imprevista nelle sue motivazioni. Ineluttabile nella sua impossibilità di venirne fuori, una volta che Pike e il suo mucchio decidono di andare fino in fondo.
Insomma, ultimamente, quando esco di casa la mattina, mi sento più o meno come Pike, come se avessi lo stato d'animo di dover affrontare una situazione come questa:
Si, votare (?)
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Come molti altri elettori di centrosinistra, sono un cittadino fortemente deluso dalla politica e dai suoi rappresentanti. All'indomani dell'ultima crisi di governo, ero un radicale sostenitore dell'inutilità del voto. Ritenevo che la misura fosse colma. Che, in tutto l'arco costituzionale, nessuno fosse degno di considerazione, neanche gli eletti tutto sommato onesti e di buona volontà, perché, in quanto facenti parte di un sistema marcio e inefficiente, non avrebbero potuto fare alcuna differenza.
Penso ancora che il problema risiede nel sistema, e che per poter parlare di cambiamento ci vorrebbe una rivoluzione istituzionale, un repulisti dalle fondamenta, un ricambio generalizzato e generazionale di uomini, di procedure, di organizzazione. Il punto è: come fare in modo che questo avvenga? Come porre le basi affinché tale cambiamento ci sia?
A mente fredda ho capito che il non voto non è un'opzione. Il non voto è una reazione emotiva comprensibile nell'immediatezza degli eventi di qualche mese fa, ma che, messo in pratica, sarebbe del tutto inefficace:
1. Perché, a conti fatti, non ha effetti pratici, ma solo "speculativi". Infatti, anche se ci fosse un'ampia percentuale di non votanti, si assisterebbe semplicemente ad un balletto di analisi sociologiche, considerazioni più o meno ovvie sulla reazione di protesta della gente nei confronti della classe politica, prese d'atto edificanti dei politici stessi, e così via. Ma i risultati elettorali darebbero comunque la facoltà di governare alla coalizione vincente. Anche se gli elettori fossero, per assurdo, solo il 10%. Come avviene ad esempio in USA dove da trent'anni i non votanti sono più del 45% degli aventi diritto.
2. Perché favorirebbe il centrodestra, in quanto i non votanti sono sorattutto concentrati tra gli elettori delusi del centrosinistra, e quindi il significato "speculativo" del voto di protesta sarebbe affossato dal risultato pratico di avvantaggiare gli avversari.
3. Perché finirebbero per scegliere per me gli elettori fessi e quelli disonesti. A rigor di logica, infatti, ci possono essere tre atteggiamenti di voto prevalenti: l'elettore che vota onestamente e secondo coscienza, l'elettore "furbo", quello che vota in modo disonesto, prestandosi al voto di scambio, e infine l'elettore "fesso", quello che vota facendosi convincere dalla propaganda, dalle promesse elettoralistiche, perché è ignorante, privo di cultura e credulone. Nel caso del non voto, invece, esiste un solo atteggiamento: quello dell'elettore deluso e che non si sente riconosciuto, e che, siccome non fa gola a nessun politicante, è fondamentalmente un elettore "onesto". Quindi il bacino di chi, all'atto pratico, si astiene, è fatto soprattutto di potenziali elettori della prima categoria. Il rischio è, appunto, che si finisce per consegnare l'Italia in mano ai furbi e ai fessi.
4. Perché, infine, è la prima volta che si verificano due fattori concomitanti: Veltroni alla Presidenza del Consiglio, un'unico gruppo parlamentare del PD. E la mia esigua fiducia residua va all'unica flebile novità di quindici anni di storia Repubblicana.
Ecco perché, a conti fatti, andrò a votare.
Si, viaggiare
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Il bello del viaggiare è che si abbandonano tutte le sovrastrutture della vita quotidiana: la routine grigia dei giorni tutti uguali, le solite coordinate spazio-temporali, le priorità automatiche della propria giornata, così radicate e presenti da diventare inconsapevoli e da assumere un'importanza assolutamente immotivata.
Ieri ci siamo accorti solo all'ultimo momento (col rischio di perdere il volo di ritorno) che era cambiato l'orario, per dire. Proprio perché, semplicemente, non c'era bisogno di guardarlo, l'orologio.
A Valencia i giorni sono passati in totale rilassatezza, voglia di scoprire e di conoscere. Ammirevole la città nella sua efficiente e accogliente conformazione, nella sua altissima qualità della vita. Dopo aver visitato, nel corso di vari anni, Madrid, Barcellona, Saragozza, Siviglia e per ultima, appunto, Valencia, mi chiedo come hanno fatto, come hanno fatto gli spagnoli a raggiungere una tale civiltà, crescita economica, benessere, rispetto per le minoranze (Valencia ad esempio gode di uno statuto e di una lingua autonoma, tutte le scritte e i cartelli sono infatti in Valenziano e Castigliano, che tra l'altro si assomigliano moltissimo). Insomma, perché non possiamo avere una stagione di rinascita come quella della società spagnola? Che cosa bisogna fare affinché questo accada?
Della visita alla città ecco le prime tre cose, delle tante, che mi hanno positivamente colpito:
- I Giardini del Turia
Visualizzazione ingrandita della mappa
Attraversano, tagliandola in due, tutta la città. Nella mappa di sopra si tratta di quel lungo serpentone verde che sembra un fiume. In effetti, il nome di questi giardini deriva proprio dal fiume che scorreva in città, il Turia. A seguito dell'ennesima inondazione, nel 1957, fu deciso di deviare il corso del fiume verso sud, meno a ridosso della città, e in quello che ne era il letto sono sorti questi giardini di quasi nove chilomentri, pieni di campi per praticare ogni tipo di sport, percorsi, giochi, vegetazione. Una meraviglia, un percorso lungo e variegato, sempre pieno di gente. Il cuore verde della città al posto di quello che era un fiume. Un'idea geniale per riqualificare il territorio restituendolo alla fruizione dei cittadini. Ho l'impressione che in Italia, al posto del verde, avrebbero volentieri steso una colata di asfalto per farci una tangenziale.
Fatto sta che, percorrendo questi giardini, è possibile toccare tutti i punti della città, che si può visitare agevolmente anche a piedi, benché Valencia goda di quattro linee di metropolitana.
- Nella parte sud, i giardini del Turia terminano con la Città dell'arte e della scienza e con l'Oceanografico, un articolato complesso architettonico progettato da Santiago Calatrava, celebre architetto originario di Valencia.
Camminare in questo complesso futuristico, visitarne gli imponenti locali, è come passeggiare all'interno di un set di un film di fantascienza.

Da un momento all'altro ci si aspetta che il Falcon di Ian Solo atterri nei pressi, o che i cavalieri Jedi passeggino lungo i viali.
- La paella, che è stata inventata proprio a Valencia, è qualcosa di squisito. Avevo già assaggiato questo piatto, ma quella valenciana, cucinata come si deve da Casa Roberto, il ristorante più celebre della città riconosciuto da premi internazionali per la sua preparazione, è qualcosa di ineguagliabile. Tra l'altro, la paella valenciana è senza pesce, ma con verdure, carni di pollo e di coniglio.
Insomma, una città splendida, colorata, moderna, viva.
E io sto quasi pensando di utilizzare almeno un week end al mese per continuare a scoprire altre città, nazioni, posti.
Il momento perfetto

Quello stato di benessere e sonnolenza un attimo prima di addormentarsi. Prendere in braccio un bambino e, quando meno te l'aspetti, ti fa un sorriso enorme. Guardarla dormire dopo aver fatto l'amore. Il momento prima di un bacio nuovo, quell'emozione sospesa tra entusiasmo e ritrosia, tra paura e coraggiosa determinazione. L'ultima falcata prima di finire una lunga corsa. Lo stomaco pieno dopo una mangiata coi fiocchi. Guidare al tramonto dopo una giornata di mare, con i propri amici addormentati in macchina, mentre alla radio passa Sunrise di Nora Jones. "Prievulsy on Lost" il venerdì mattina...
Tutti viviamo l'esperienza del momento perfetto: quella strana, impercettibile e imprevista congiunzione di fattori imponderabili che scatena una sensazione di profondo benessere. Quella percezione di essere profondamente vivi e presenti. Quella potente manifestazione di cui siamo inconsapevoli al momento di viverla, ma che rimane impressa nella mente subito dopo e per sempre.
E' un attimo irripetibile e imprevedibile. Anche se si provasse a isolarne i fattori e a tentare di riviverlo, non sarebbe mai lo stesso.
Il momento perfetto sfugge ad ogni tentativo di definizione. E' complesso e misterioso. Fa parte di quegli eventi della vita che probabilmente non si riuscirà mai a spiegare.
Ho capito poche cose del momento perfetto: che spesso, più che essere un determinato evento in atto, è quello immediatamente precedente in potenza. E' l'attesa più che il risultato, l'aspettativa più che la conferma.
O, al contrario, è lo stato di coscienza immediatamente successivo. Dove ci si rende conto di quello che si è appena vissuto e se ne gioisce.
Proprio perché è subito prima o subito dopo, il momento perfetto sfugge alla propria consapevolezza quando accade, e forse è proprio questa caratteristica che gli dona un carattere speciale. Del resto il momento perfetto è legato al cuore più che al cervello, alle emozioni più che alla razionalità, alle sensazioni più che all'intelletto.
La durata: è sempre troppo breve. Quando se ne prende coscienza, ecco che il momento svanisce. Ma il momento perfetto è bello anche per questo. Perché accade indipendentemente dalla nostra volontà e per un tempo non determinabile.
Del resto nessuno potrebbe mai vivere perennemente in quello stato di coscienza. E forse è proprio questo il motivo per cui si apprezza il momento perfetto. Perché, prima o poi, arriva.
Il quarto quadrante

A prescindere dall'esito delle prossime elezioni politiche, quel che è certo è che tali consultazioni saranno sempre meno legate ad identificazioni ideologiche o appartenze partitiche, perché se c'è una cosa che è sotto gli occhi di tutti, è l'aria di cambiamento cui si assiste sia nella classe dirigente che nell'atteggiamento degli elettori. Un cambiamento inevitabile più che cercato. Un cambiamento che si è reso necessario per sopperire agli ormai insopportabili sprechi, privilegi della casta, incapacità nella gestione della cosa pubblica, mancanze di decisionismo, incompetenze, illegalità diffuse ed impunite.
A partire dal 1992 e dallo scandalo Tangentopoli, il cui auspicabile effetto di repulisti non c'è stato pienamente, l'Italia ha sofferto di un'ingovernabilità cronica, dovuta all'incapacità di rinnovamento dei propri rappresentanti ma anche della società civile che ne ha espresso la preferenza.
Non ha torto dunque chi imputa la persistenza di quote preoccupanti di politici corrotti, imbecilli, voltagabbana, incompententi e incapaci anche ad un elettorato che, scientemente o inconsapevolmente, ha dato loro fiducia (legge elettorale e liste bloccate a parte).
Il punto innegabile è che, sia dal lato dei politici che da quello degli elettori, esiste una concezione aberrante del rapporto tra voti e candidature, in cui spesso si indulge, da un lato, a campagne elettorali che tendono a promettere favoritismi e vantaggi alle proprie clientele, dall'altro ad elettori che accettano questo patto scellerato per mancanza di cultura, di senso civico o semplicemente perché fa comodo pensare ai propri particolarismi più che all'esigenza di assicurare un governo che faccia il bene di tutti.
A seconda che prevalgano atteggiamenti beceri o virtuosi di politici ed elettori, ognuno nel proprio ruolo, si può avere dunque la prevalenza di uno dei seguenti quattro scenari, come esemplificato nella tabella a doppia entrata:
1) Elettori beceri eleggono politici beceri: è lo scenario peggiore, lo sfascio dello Stato. Quello che, semplificando al massimo, ha portato all'attuale disastro della spazzatura a Napoli o della sanità in Calabria. Lo scenario in cui i politici non sono altro che espressione delle clientele (compresa la criminalità organizzata) che ne esprimono il voto. In cui la macchina dello Stato serve soltanto a spargere finanziamenti, ad assicurare posti di lavoro, dilapidandone le risorse.
2) Elettori virtuosi eleggono politici beceri: è un pò quello che succede a livello nazionale nelle ultime legislature, dove, una volta entrati in Parlamento, i politici diventano Casta, si allontanano dai bisogni reali della società, non ne capiscono le istanze o semplicemente non sono capaci a farvi fronte. Uno scenario del genere si alimenta con la propaganda, la manipolazione della buona fede della società, le promesse non mantenute, le azioni che tendono solo a consolidare il potere più che a risolvere i problemi. Questo scenario è molto pericoloso perché alimenta estrema sfiducia nell'elettorato e nel funzionamento delle Istituzioni, prestando il destro a pericolose derive qualunquiste o sovversive, e preparando il terreno per lo scenario 1, dove tanto vale fare ognuno i propri vantaggi.
3) Elettori beceri eleggono politici virtuosi: un miracolo. E come tale altamente improbabile. Eppure la storia insegna che tutto è possibile. Volendo fare un esempio, è noto che in Puglia l'attuale governatore Nicki Vendola vinse le primarie dell'Ulivo perché una massa di finti elettori del centrosinistra si iscrisse e lo votò con l'intento di farlo concorrere alle elezioni regionali. Il piano era che l'Ulivo non potesse tirarsi indietro e che fosse costretto ad appoggiare un candidato che aveva ben poche chance di essere eletto contro quello del centrodestra. Ciò che nessuno si aspettava, invece (neanche i suoi sostenitori) era che Vendola vincesse.
4) Elettori virtuosi eleggono politici virtuosi: lo scenario ideale. Come dovrebbbe essere la politica di uno Stato democratico. Dove elettori coscienti dei propri diritti, consapevoli ed informati, scelgono in piena libertà politici che presentano programmi chiari e condivisibili. Dove le Istituzioni garantiscano il rispetto di tali programmi. Dove ognuno, insomma, faccia la propria parte in modo onesto e disinteressato.
Arriveremo mai al Quarto quadrante? E' una prospettiva fattibile o pura utopia? Ai posteri l'ardua sentenza.
Correre

Da circa tre anni io vado a correre. Tre volte a settimana, per un'ora. Quest'appuntamento trisettimanale è diventato il momento più agognato e rilassante della giornata. Probabilmente questo dà la misura di quanto sia noiosa e deprimente la mia vita adesso, ma tant'è.
Il fatto è che la corsa con le cuffie e il lettore mp3 nelle orecchie mi consente di estraniarmi, di dare libero sfogo ai miai pensieri, di elaborare propositi, soluzioni ai problemi, teorie esistenziali.
Naturalmente non è stato sempre così: ho dovuto fare appello a tutta la mia forza di volontà per tener fede a quest'impegno, per vincere l'inerzia, la fatica, i dolori muscolari e l'acido lattico in eccesso.
Fondamentalmente ho cominciato per dimagrire. Ero sovrappeso e dovevo trovare una soluzione. La palestra neanche a parlarne: odio quell'ambiente, quella ritualità, la prospettiva di dover faticare su fredde macchine ginniche. E poi non sono affatto sexy quando sudo.
La piscina mi sembrava un'alternativa ancora meno praticabile. Troppa preparazione prima e dopo.
La corsa è stata dunque l'approdo naturale per la mia esigenza di praticare un'attività sportiva comoda e accessibile.
Prediligo i parchi. Correre ai lati delle strade apporta più svantaggi che benefici, e si finisce per respirare l'aria inquinata dei tubi di scappamento.
Di solito, prima di andare a correre, faccio mente locale su quello a cui devo pensare durante quell'ora. Spesso si tratta di questioni legate al lavoro. Le mie migliori idee creative le ho pensate ed elaborate durante quell'ora di corsa, come pure le soluzioni più opportune ad alcune problematiche urgenti o semplicemente i programmi da intraprendere nel corso della giornata.
Insomma, quell'ora di corsa non è affatto una perdita di tempo, sia per il corpo che per la mente.
Oggi, mentre correvo, ho pensato a questo post.
Poi ho pensato al fatto che il nostro paese è un mondo alla rovescia: dove gente come Cuffaro viene condannata a cinque anni, si dimette solo se messa alle strette, e per colmo del ridicolo probabilmente verrà candidata al senato alle prossime imminenti elezioni. Dove gente come la moglie di Mastella, dopo la revoca dei domiciliari e del soggiorno obbligato, viene accolta da appalusi e grida di sostegno.
Ho pensato alla 4.01 di Lost. Al fatto che non è assolutamente all'altezza delle season premiere delle stagioni precendenti.
Ho pensato allo sciopero delgi sceneggiatori, che mi costringe oramai ad alimentare la mia dipendenza con serie che probabilemte non avrei iniziato a seguire ma che poi si rivelano piccoli gioielli: Life e Damages, per dirne due.
Ho pensato che non si conosce mai davvero qualcuno, neanche se stessi, ma che comunque ciò non toglie che si debba pretendere e dare onestà e sincerità.
Ho pensato che vorrei che le promesse fossero mantenute, altrimenti meglio non farle.
Ho pensato che il male che ci viene dalle persone che ci vogliono bene fa ancora più male, perché non te l'aspetti.
Ho pensato che per lavoro faccio un sacco di cose senza senso e di cui non mi frega granché, ma che le faccio lo stesso, le devo fare.
Ho pensato che è ora di cambiamenti, forse.
Ma che la corsa no. Quella non si cambia.
Papa Ratzi e Clemente 1 - Resto d'Italia 0


La mossa di Ratzinger di non andare all'inaugurazione dell'anno accademico de La Sapienza ha un suo particolare valore strategico. E' stato furbo, il papa, non c'è che dire. Ora tutti possono gridare indignati che c'è stata censura, che c'è stato poco rispetto, che c'è stata violenza antidemocratica. Tutto per una lettera firmata da 67 professori su qualche migliaio e una contestazione di qualche decina di studenti su qualche centinaia di migliaia.
A prescindere dalla ragionevolezza o meno di lettera e contestazioni (a scanso di equivoci io propendo per la prima opzione) qui si è trattato semplicemente della protesta di una parte minima di professori e studenti della più grande (per numero di iscritti, non certo per qualità) Università d'Europa a fronte della stragande maggioranza che quel giorno avrebbe sicuramente intonato inni e sventolato gagliardetti.
Il rifiuto del papa di comparire dinanzi ai suoi sostenitori ma inevitabilmente anche ai suoi detrattori: quello si che è un atto di censura. Contro chi ha il diritto di esprimere le sue opinioni anche se non ha una tonaca bianca e non si affaccia tutte le domeniche su Piazza San Pietro.
Il papa, che lo voglia o meno, è un personaggio pubblico, e dovrebbe mettere in conto di non poter pretendere asservimento acritico dalle masse, soprattutto se non si tratta solo di fedeli in pellegrinaggio, ma di iscritti a un'istituzione che dovrebbe essere laica e cosmopolita.
Quindi doveva andare, fare il suo bel discorsetto, prendersi l'applauso dal 99 per cento della platea e qualche fischio da quell'uno restante.
Non andandoci, ora può orgogliosamente fare il ruolo della vittima. Che è la cosa che gli riesce meglio.
E a proposito di vittime. Mastella. Povero Mastella. Se n'è andato perché lui non vuole far parte della casta, no. Sarebbe la prima volta. Una mossa furba anche la sua, soprattutto perché, a quanto pare, i reati per i quali lui e la moglie sono indagati non sembrano essere "penalmente" rilevanti. E quindi molto probabilmente si risolveranno in un nulla di fatto, come sempre.
E quando Mastella potrà gridare, dopo l'inevitabile non luogo a procedere, di essere un perseguitato, una vittima del sistema, di uscirne a testa alta, la sua figura politica e umana sarà stata miracolosamente ripulita e lui potrà di nuovo gestire le poltrone, il suo sport preferito.
Questo perché in Italia la censura sociale esiste solo se lo dice la magistratura dopo tre gradi di giudizio. E tante volte neanche quello.
Ancora una volta, vengono bellamente ignorati concetti come "etica politica", "morale", "onestà intellettuale". In altre parole, se io impongo assunzioni nelle asl di miei assistiti politici, o piloto finanziamenti pubblici nei comuni di mia influenza e per le imprese di miei amici, siccome non c'è stata ALCUNA TANGENTE (o per dirla alla Di Pietro "dazione di denaro") allora è tutto regolare, tutto perfettamente lecito: si tratta di normale attività politica. Lo fanno tutti, del resto.
E' cosi che funziona la gestione della cosa pubblica. Questa è l'Italia. Queste sono le regole del gioco.
Ecco perché il resto d'Italia sta sempre a zero. Perché è impossibile vincere quando la partita è truccata.
Tornare a casa
Fra poco torno dalla mia famiglia. E ogni volta che mi chiedono cosa fai per Natale rispondo, senza pensarci troppo, "vado a casa". E subito dopo rifletto che, nonostante viva da solo, ormai, da quasi tredici anni, nonostante lavori da dieci, nonostante abbia una casa mia, i miei automatismi mentali mi portano inconsapevolmente a pensare il luogo dove vivono i miei come "casa".
Allora mi chiedo: cosa rende il luogo dove si vive "casa"? Evidentemente non il semplice viverci, non il passarci la maggior parte del proprio tempo, non il lavorarci.
Si percepisce davvero di aver costituito la propria casa solo quando vi si trovano gli affetti, quando, oltre alla famiglia di origine, se ne costruisce un'altra.
Per questo Natale, più che riflessioni di autocommiserazione o improbabili propositi per il futuro, il mio pensiero corre al concetto di "casa", e a chi l'ha resa tale con il dono più bello che possa capitare a due persone che si amano, ovvero la gioia di mettere al mondo un figlio: negli ultimi mesi è accaduto a tre coppie di miei carissimi amici. Il benvenuto in questo mondo è tutto per i loro cuccioli: Tommaso Luca, Emilia, Samuele.
La mia su...
Quanta polvere che c'è da queste parti. Urge aprire le finestre. Lo faccio con una serie di brevi riflessioni in ordine sparso che avrei voluto scrivere come post, se solo avessi avuto la costanza di aggiornare con regolarità. E' che questo blog comincia a starmi stretto. Lo apro, lo guardo, ne ripercorro l'archivio, e penso: ma chi me lo fa fare?
Poi però subentra l'impulso a esprimere la mia opinione, a maggior ragione se non richiesta, visto che, al di fuori di questo spazio virtuale tutto mio in cui posso parlare senza essere interrogato, di quello che penso e di quello che dico interessa davvero a pochi, pochissimi. Io non conto niente, nessuno conta niente in questo mondo se non a fini utilitaristici. Me ne sto convincendo ogni giorno di più. Ma non è di questo che volevo parlare. Se avessi aggiornato con regolarità, mi sarei dilungato su:
1. La fiction il Capo dei capi, che si chiude stasera con lusinghieri risultati di ascolto. Al di là delle polemiche se sia o meno educativa, se non rischi di mitizzare una figura esecrabile come quella di Totò Riina, rimane il fatto che le vicende che racconta sono VERE, e che, paradossalmente, ci si scandalizzi più per la RAPPRESENTAZIONE degli eventi che per GLI EVENTI IN SE'. Invece di riflettere su come sia stato possibile che per trent'anni e più figure come quelle di Riina, Provenzano e compagnia bella abbiano potuto prosperare e dettare legge, forti di connivenze poliche e imprenditoriali di alto livello, in perfetta dorata latitanza tra ville e appartamenti in pieno centro di Palermo; invece, insomma, di tentare di riflettere sui perversi meccanismi di omertà, collusione, clientelismo della società civile che hanno permesso e permettono tuttora al fenomeno mafioso di prosperare, si critica la fiction che li racconta. Come la storia del dito e della luna.
Ma ciò che, a mio avviso, trovo più eloquente nella costruzione narrativa di questa serie, è che per dare un giusto contraltare "buono" ai mafiosi "cattivi", sia stato necessario creare il personaggio fittizio del poliziotto Biagio Schirò, nato come il suo nemico a Corleone, e che nell'ultima puntata di stasera lo catturerà.
Per dire, questo personaggio, tra i ruoli principali, è l'unico inventato perché tutti quelli che potevano avere un ruolo analogo nelle vicende narrate, SONO MORTI prima di vedere Riina catturato.
Questa per me è la vera nota dolente, che per far trionfare la gustizia si debba inventarla.
2. La connivenza Rai/Mediaset: sono tutti lì a dire a gran voce che si sapeva, che l'andazzo è sempre stato quello, eccetera eccetera. Ebbene, è vero. Lo posso confermare. A tal proprosito mi è venuto in mente un aneddoto dei miei anni di formazione universitaria: all'esame di Storia delle comunicazioni di massa, la domanda trabocchetto con la quale veniva bocciata la metà degli studenti suonava più o meno così: "il mercato televisivo italiano è un duopolio?" Chi rispondeva "si" veniva invitato ad alzarsi e a tornare all'appello successivo. Perché (ed era questa la risposta giusta) in Italia vigeva e vige tuttora un finto duopolio, in cui i due principali gruppi televisivi operano una concorrenza fittizia, ma in realtà lavorano in connivenza per porre alte barriere di ingresso e accaparrarsi la stragrande maggioranza delle risorse pubblicitarie.
Insomma, se l'argomento era diventato addirittura frutto di una domanda da esame universitario (e parlo della metà degli anni '90) vuol proprio dire che questa storia è il solito segreto di Pulcinella.
3. L'omicidio di Perugia: con tutto il rispetto per la morte di Meredith, questo fatto di cronaca sembra essere stato commesso apposta per rinnovare i parterre dei vari e pseudo tak show di approfondimento della nostra TV. Dopo la strage di Erba e l'omicidio di Garlasco, arriva Perugia ad assicurare qualche manciata di seconde serate agli inserzionisti pubblicitari. L'aberrante risvolto di tutta questa morbosa ossessione mediatica, è che probabilmente gli assassini imparano il modo di farla franca dai casi pregressi. Fin dai tempi di Cogne, infatti, è noto che per questo tipo di omicidi, se non c'è una piena e inequivocabile confessione, è difficilissimo trovare i colpevoli, se manca anche uno solo di questi tre elementi: movente, opportunità, mezzi.
Ad esempio, per Cogne non esiste un movente né un mezzo, non essendo mai stata trovata l'arma del delitto. E per Garlasco pure. Quindi, nella pianificazione di un eventuale fatto delittuoso, basterà occultare l'arma del delitto, oppure tenere opportunamente nascoste le proprie motivazioni, per stare tranquilli: non cè RIS che tenga, il fatto finirà senza colpevoli o con una condanna colposa.
4. Il problema della sicurezza: tutti ad interrogarsi su come fare a rendere più sicure le nostre città. Tutti ad accusare Romeni ed immigrati, a chiedere a gran voce l'espulsione immediata. Eppure sono pochissimi quelli che, a mio avviso, nell'analisi della situazione hanno centrato il punto: che, cioé, il vero problema risiede nell'amministrazione della giustizia e, nello specifico, in tre problematiche nodali: lunghezza dell'iter giudiziario, mitezze delle pene, mancanza dei reati.
Ad esempio, si fa un gran parlare dei problemi degli accampamenti abusivi e poi si scopre che costruire abusivamente una baracca non è un reato penale, ma c'è solo una sanzione amministrativa. In Romania, dove lo è, non esistono accampamenti abusivi. E' il colmo. Come quando si cerca di porre in atto arzigogolati interventi per limitare il fenomeno della prostituzione di strada: la multa con spedizione della lettera a casa del malcapitato padre di famiglia, le telecamere che puntano le targhe delle macchine, ecc. Per cui mi chiedo: ma non sarebbe infinitamente più semplice fare una minuscola legge di un solo comma che VIETA LA PROSTITUZIONE IN STRADA?
Per non parlare della durata dei processi, che inevitabilemte finisce, in attesa del giudizio, per lasciare a piede libero gli inquisiti, che intanto possono continuare a delinquere in allegria. Questo perché la carcerazione preventiva prevede solo tre casi in cui può essere applicata: se sussite il pericolo di inquinamento delle prove, o quello di fuga, o quello di reiterare il reato. Come se il delinquente pizzicato a rubare o a sfruttare la prostituzione confessi al giudice che, una volta fuori, ha intenzione di rifarlo. Anche qui, basterebbe introdurre un quarto motivo di applicazione della carcerazione preventiva: LA GRAVITA' DEL REATO.
Ovviamente cercando di velocizzare l'iter giudiziario, affinché la pena sia certa.
Insomma, se si vuole davvero risolvere il problema della sicurezza bisogna porre mano a una riforma della giustizia, e se i politici non fanno cenno a questa necessità, lo fanno in malafede e per secondi fini.
Quattro post al prezzo di uno: il natale da queste parti è cominciato prima.
Dieci incredibili giorni

Ultimamente i miei post hanno preso una piega malinconica e rassegnata che, unita alla mia assenza da queste parti, farebbe pensare ad un mio stato personale di profonda depressione e malumore. Il che sarebbe anche vero, ma solo per quel che riguarda le vicende che riguardano il paese nel quale è toccato in sorte nascere.
Perché il vento dell'antipolitica agita anche me, si. Perché vedere il disastro in cui è stata precipitata l'amministrazione della giustizia mi irrita fortemente, e rischia davvero di condurre su un sentiero di vendetta privata, se le cose non cambiano. Perché assistere impotenti a questo incredibile moltiplicarsi di crimini, ingiustizie, sopraffazioni, incompetenze, atti sconsiderati di imbecilli che si mettono alla guida ubriachi e ammazzano, violenze domestiche impunite eccetera eccetera determina come minimo una difficoltà a mantenere i nervi saldi e ad avere speranza per un futuro che, allo stato attuale, non dà nessun fattivo segno di cambiamento (perché chi crede che le file per votare il leader del Partito Democratico siano un segno di cambiamento o, dall'altra parte, l'ennesima manifestazione di piazza che, solo per il gioco delle parti, è toccata al centrodestra possa migliorare la situazione, o è un ingenuo o è in malafede).
E allora, piuttosto che lamentarmi (anche se credo che non rinuncerò ad esprimere qui il mio parere su quando stiamo andando, sulla risposta che è dentro di te epperò è sbagliata) voglio raccontare dei dieci incredibili giorni che mi hanno fatto riflettere sui modi e tempi per stare bene con sé stessi e con gli altri (sembra il titolo di un articolo di una rivista femminile, in effetti).
Questi dieci giorni sono stati scanditi da:
- un week end di addio al celibato a Cracovia
- un matrimonio della coppia il cui sposo ha festeggiato con noi maschi l'addio al celibato di cui sopra
- un battesimo del primo splendido figlio della coppia di miei cari amici di cui ho fatto il testimone di nozze (ne ho già parlato qui).
Non voglio entrare nei dettagli di questi eventi, a parte prevenire gli eventuali maliziosi commenti sull'addio al celibato a Cracovia: non abbiamo fatto gli italiani all'assalto della fauna locale armati di bic e calze di nylon (il pregiudizio innescato da Bianco Rosso e Verdone è duro a morire). Cracovia è in realtà una città bellissima, piena di interesse, con un costo della vita bassissimo e servizi degni di una moderna metropoli europea.
Ciò che mi preme dire è che le persone con le quali ho condiviso queste esperienze, loro sono la chiave.
Le persone con le quali scegliamo di stare, quelle che fanno parte della nostra sfera di amicizia, quelle con le quali decidiamo di interagire per nostra volontà, non perché ne condividiamo ad esempio il luogo di lavoro o di studio o di hobby (senza per questo escludere che possano diventare amici anche i propri colleghi).
Parlo in realtà degli amici quelli veri, quelli che fanno parte del cerchio più intimo della nostra vita, quelli che per la maggior parte di noi si possono contare sulle dita di una mano, quelli che, in ogni piega positiva o negativa della propria esistenza, sai che ci saranno, sempre. Ecco, quelle persone lì, provate a fare mente locale su di loro, provate a chiedervi perché ci state bene insieme, provate a visualizzarli nelle loro peculiarità.
Io l'ho fatto, ed è nella loro presenza, nella loro condotta di vita, nel loro esempio, che trovo di che gioire, perché ho capito che fin quando ci saranno persone così sulla faccia della terra, allora non tutto potrà andare storto, allora ci sarà la speranza che, in fin dei conti, si può stare bene.
Quando si ammirano le persone con le quali si è scelto di camminare, di condividere la propria quotidianità, allora vuol dire che si è fatto un buon lavoro sul piano della propria coscienza e condotta personale.
Per stare bene bisogna scegliere le persone con le quali farlo. E, per capire le persone che si frequentano, bisogna chiedersi chi sono i loro amici più intimi, con chi si accompagnano.
Queste sono le due o tre pillole di saggezza che ho maturato durante i miei dieci incredibili giorni.
Il grande inganno

Ci fanno credere che la vita è un albero infinito di possibilità. Ci fanno credere che la felicità è un diritto, ed è concessa a tutti. Ci fanno credere che siamo tutti uguali, che partiamo tutti con le stesse potenzialità, che possiamo ottenere tutto quello che desideriamo. Ci fanno credere che la meritrocazia esiste, che se si è bravi si va avanti, che le capacità individuali vengono sistematicamente riconosciute e premiate. Ci fanno credere che possiamo aspirare a qualunque ambizione, se abbiamo determinazione e voglia di fare. Ci fanno credere che il sacrificio premia, che l'umiltà è un valore aggiunto, che le cose ottenute con la furbizia sono effimere. Ci fanno credere che le persone sono fondamentalmente buone, che in fin dei conti tutti ci vogliamo bene, e che se ci comportiamo onestamente con gli altri anche gli altri lo faranno con noi. Ci fanno credere che le caste non esistono più. Che la democrazia non è il medioevo. Che il potere è una questione di responsabilità. Che godere di privilegi immotivati è esecrabile. Ci fanno credere che ad un adeguato livello di studi corrisponderà una giusta valorizzazione personale. Ci fanno credere che per entrare nel mondo del lavoro si può anche accettare di non venir pagati, all'inizio. O di venir pagati il minimo. Che bisogna avere pazienza. Che c'è crisi. Che il contratto arriverà. Ci fanno credere che abbiamo bisogno di cellulari, ipod, automobili vestiti firmati scarpe gadget tecnologici mentre i bisogni primari, quelli veri, una casa, un lavoro dignitoso, una famiglia, non esistono più. Non sono più garantiti.
E noi ci crediamo perché siamo giovani. Perché abbiamo tutta la vita davanti.
Finché un giorno perdiamo il disincanto. Qualcosa si spezza. Improvvisamente la realtà ci appare per quella che è: un grande inganno.
La bellezza inconsapevole

La ridda di commenti, a maggioranza femminili, del post precedente, in cui si parla di Betty la cozza, mi conferma, se ce ne fosse bisogno, che la questione della bellezza è molto sentita "dall'altra metà del cielo".
Quella di considerarsi esteticamente inadeguate, poco avvenenti, in una parola brutte, è una tendenza molto comune nell'universo femminile, il più delle volte di origine psicologica e priva di fondamento.
Questo perché la bellezza, a mio avviso, non è altro che l'aderenza al concetto naturale di armonia delle forme. Se vogliamo è anche qualcosa di sostanzialmente banale (si dice spesso che le vere belle hanno "quel qualcosa in più", un particolare distonico che ne esalta il fascino).
Siccome la natura in fin dei conti è benigna (molto meno lo è il genere umano con lei), tende a spargere generalmente bellezza, laddove appunto conforma gli esemplari umani maschili e femminili secondo caratteristiche standard di viso e corpo. Quindi statisticamente esistono molti più esempi di persone mediamente belle, che di essere umani oggettivamente bellissimi o oggettivamente bruttissimi: come per ogni fenomeno naturale, anche per uomini e donne esiste una curva di Gauss dell'avvenenza.
Che lo vogliamo o meno, in altre parole, noi tutti rientriamo in quella zona più estesa della campana, mentre nei bracci di minore frequenza ci sono i casi anomali, sia in positivo che in negativo.
Ne consegue che i veri e le vere belle (come d'altra parte i veri e le vere brutte) sono numericamente minoritari, e non a caso diventano modelli/e, star del cinema o, male che vada, veline o concorrenti di reality. Poi ci siamo noi, quelli normali, quelli né belli né brutti che viviamo, ci incontriamo ed amiamo senza pretese.
E, a dirla tutta, più che la vera, oggettiva e, ripeto, banale bellezza, a me esalta la bellezza inconsapevole, che in genere alberga in chi ha avuto un passato da brutto anatroccolo, proprio come le ragazze che hanno animato i commenti nel post precedente.
Durante l'adolescenza e le successive fasi della giovinezza, infatti, chi si sente, per le continue conferme e gratificazioni avute, esteticamente bella, tende ad avere una maggiore influenza sociale, una più spiccata tendenza all'interazione: è più popolare, più rispettata, la gente fa a gara per esserle amica o per sedurla. Non deve fare sforzi per farsi piacere, le sue giornate sono all'insegna dell'estroversione e della vita sociale piena. Tutte cose positive e belle, per carità, ma che spesso lasciano inevasi altri processi di crescita personale, di maturazione, di alternativo impiego del tempo.
Il brutto anatroccolo, invece, nell'infanzia e nell'adolescenza di tempo ne ha pure troppo, e spesso tende a riempirlo con forme di intrattenimento (come la lettura, il cinema, la tv) più solipsistiche.
Ecco perché la ragazza ex-brutto anatroccolo spesso si riconosce e apprezza per un ventaglio di interessi più ampio o più particolare. Non solo perché quegli interessi li ha vissuti e coltivati, ma anche perché le sue interazioni sociali se le è sudate con altri mezzi, non attraverso il proprio aspetto fisico.
In più, non c'è cosa più bella ed erotica (almeno per me) che frequentare una ragazza non cosciente della propria bellezza: quella noncuranza, quel velo di stupore attonito di fronte all'altrui apprezzamento, sono irresistibili, più di tutta l'ostentata sicurezza di chi bella ci si sente tutti i giorni, da una vita.
Io sono Betty

"Io sono Betty" non è solo parte della traduzione del titolo originale "Yo soy Betty la fea", ovvero la telenovela colombiana che ha avuto molteplici versioni locali. No, è che (fatte le dovute differenze di ordine sessuale) io sono proprio Betty:
- a quattro anni, durante il mio secondo anno di asilo, ho dovuto mettere gli occhiali, e ho scoperto per la prima volta il significato della parola "quattrocchi";
- a sei anni, il mio primo anno di elementari, mi è stato fatto notare a suon di bacchettate che scrivere con la mano sinistra non era "normale" (fortunatamente mia madre fece quattro chiacchiere con la maestra e oggi sono orgoglioso di essere mancino);
- a dodici anni, in prima media, ero abbondantemente sovrappeso, e a "quattrocchi" si è aggiunto "cicciabomba";
- a quattordici anni, in prima liceo, mi sono presentato ai miei compagni di classe con un apparecchio fisso ai denti, che ho dovuto tenere per tutti gli anni successivi.
Per tutta l'infanzia e l'adolescenza, ero assolutamente negato nel gioco del calcio, mancanza fondamentale per chiunque voglia avere una normale vita sociale in un paese di provincia del sud.
Ecco perché con questo invidiabile curriculum non mi è sembrato vero quando mi è stata offerta la possibilità di scrivere l'adattamento italiano di Betty la cozza, prossimamente in TV.
Chi l'avrebbe mai detto che tutte queste frustrazioni e inadeguatezze, alla fine, sarebbero servite a qualcosa.
E' una catena ormai....

Con colpevole ritardo, da blogger ossequioso e ligio al dovere, rispondo alla gentile fanciulla (meglio non farla arrabbiare visto il suo sport preferito...) che ha voluto rendermi partecipe di una catena che circola tra i blog alquanto impegnativa e potenzialmente foriera di deprimenti confessioni personali e altrettanti propositi che probabilmente non vedranno mai la luce (lo so, sono cinico e disincantato).
Dunque, il giochetto prende spunto dalla rottamazione tramite incentivi dei veicoli inquinanti: cosa rottamare e per mezzo di quale incentivo? Ci ho pensato a lungo e ho deciso di rottamare le aspettative. Da quando in età prescolare il mio cervello ha cominciato ad elaborare idee non esclusivamente connesse all'istinto di sopravvivenza fame/sete/dormire ho avuto, come tutti, delle aspettative, di fronte alle quali ci sono sempre state due strade:
1. Le aspettattive non corrispondevano mai alla realtà dei fatti, una volta che tale realtà si verificava: il regalo tanto sperato non arrivava, la vacanza agognata si rivelava una delusione, la ragazza che mi piaceva mi dava buca, e via dicendo...
2. Le aspettative erano pienamente rispettate, nel qual caso scoprivi con orrore che eri TU a non esserne alll'altezza, il che è pure peggio.
Quindi dico no alle aspettative, per mezzo della concretezza come incentivo. La concretezza è ciò che ti fa apprezzare le cose per come le vivi e nel monento in cui le vivi. La concretezza ti porta a valutare gli eventi con oggettività, non rimandenone delusi se positivi, e se negativi ridimensionandoli per il loro effettivo disvalore.
Meno aspettative e più concretezza, sembra la formula della felicità.
La catena ovviamente non la passo a nessuno, non mi aspetto che qualcuno si prenda la briga di continuarla. Chi legge, se vuole, può.
Chi la dura...
Forse il mondo non è quel posto pessimo e malefico in cui crediamo di vivere. Forse quel filo di speranza che, come si dice, "è sempre l'ultima a morire", in fin dei conti è ben riposta. Forse, in modi arzigogolati e imperscrutabili che non è dato sapere, alla fine però il Bene vince sempre.
Insomma, oggi mi sento sostanzialmente ottimista. Del tutto inaspettatamente, a seguito di questa mail inviata alla direzione dell'Espresso e pubblicata anche sul blog, oggi sono andato a ritirare alla posta un voluminoso pacco con all'interno le seguenti pubblicazioni:

I volumi in onore dei cinquant'anni della fondazione dell'Espresso sono filnalmente in mio possesso! (Si, lo so, ci vuole poco per farmi felice).
Roma Fiction Fest Pilots
L'evento più interessante in occasione dell'inaugurazione, ieri, del Roma Fiction Fest, è stato senza dubbio la presentazione dei piloti della ABC Studio che si vedranno in USA nella prossima stagione, ovvero Dirty Sexy Money, Eli Stone e Reaper.
Previsto in onda a partire da settembre sulla ABC, Dirty Sexy Money si annuncia come la nuova serie di punta della rete: un concept intrigante ed originale, un cast di extralusso, una regia glamour e sofisticata, adatta alla storia che si racconta, concorrono a fare del pilota visto ieri qualcosa di coinvolgente e all'altezza delle aspettative.
Il protagonista della serie, Nick George, interpretato da Peter Krause (Six Feet Under) è un avvocato di grandi ideali che ha sempre prestato le sue qualità professionali per la difesa di clienti inermi o di cause di alto valore sociale. Tutto questo, fino al giorno in cui il padre muore precipitando con l'elicottero della famiglia Darling, una dinastia potentissima e straricca della quale il padre di Nick era l'avvocato di fiducia. Ed è proprio nella descrizione di questa famiglia che la serie raggiunge il suo miglior potenziale di dramma e commedia: il patriarca, interpretato da Donald Sutherland, figura di primo piano, amico di politici ed artisti; la moglie, infelice e depressa, e soprattutto i figli, che sembrano ognuno il ritratto della gioventù ricca, annoiata e perduta del jet set americano: c'è la tizia bionda e senza cervello famosa solo per essere famosa, che aspira a recitare e a diventare una grande star; c'è il giovane perdigiorno che, tra una partita a poker e un party finito in galera, trova sempre il tempo di imbarazzare la propria famiglia; c'è l'altra figlia che sta per sposarsi per la quarta volta, perché tutti i suoi ex la volevano solo per i soldi; c'è il primogenito, William Baldwin, in predicato per candidarsi al Senato degli Stati Uniti, l'unico che pare dare lustro alla famiglia, salvo avere anche lui i suoi scheletri nell'armadio: infatti, pur essendo sposato, predilige un'amante un pò troppo appariscente (è un transessuale); infine c'è il figlio pastore protestante che, a dispetto del suo ruolo e di ciò che dovrebbe comportare, è il pù cattivo, odioso e opportunista della famiglia: si abbandona spesso al turpiloquoio, odia Nick e tutti "i poveri", è attaccato al denaro della famiglia e addirittura ha un figlio frutto di una relazione extraconiugale che non vuole riconoscere...
Insomma, quando a Nick si chiede di sostituire il defunto padre, lui ovviamente rifiuta, memore anche del fatto che, per stare appresso ai mille problemi di questa squinternata famiglia, il padre aveva sacrificato il rapporto con figlio e moglie causando anche il suicidio di quest'ultima. Ma la possibilità che dietro quell'elicottero precipitato possa nascondersi un omicidio, spinge Nick ad accettare l'incarico, in modo da indagare su chi possa aver voluto suo padre morto.
La serie mescola insomma la commedia sofisticata al dramma, con una linea orizzontale gialla che potrebbe portare numerosi colpi di scena (compreso il mistero se il padre di Nick sia veramente morto, visto che il corpo non si trova). Ci sono tutti gli ingredienti per un grande successo.
Eli Stone partirà il 1 gennaio 2008, sempre sulla ABC. Quando, in occasione degli ultimi upfront, si è sentito parlare per la prima volta del concept di questa serie, la storia appariva come qualcosa di completamente fuori dagli schemi: addirittura il protagonista, valente avvocato di un grande studio, scopre di essere un profeta. Detta così sembra davvero di essere dalle parti dell'inconcepibile, ma la maestria della drammaturgia seriale americana sta proprio nel rendere interessante e divertente un soggetto che, apparentemente, è proprio il caso di dirlo, non sta né in cielo né in terra... Eli stone dunque da un giorno all'altro comincia ad avere prima strane allucinazioni auditive (musica da organo che sente solo lui) poi anche visive: mentre sta facendo l'amore con la sua bellissima fidanzata (interpretata da Natasha Henstridge) scopre che nel salotto di casa, George Michael si sta esibendo dal vivo nell'interpretazione del brano Faith; da quel momento il cantante e il brano appariranno nei momenti più impensati, mettendo a dura prova le sue facoltà e facendolo passare agli occhi dei suoi colleghi e capi come completamente pazzo.
Le sua visioni intanto si infittiscono, sembrano coinvolgere la sua infanzia e il rapporto col padre, e paiono volergli comunicare qualcosa in merito al caso che sta seguendo. Anche grazie a personaggi di contorno intriganti (come ad esempio il suo agopunturista) Eli Stone capirà che potrebbe davvero avere una missione nella vita, quella di cambiare il mondo attraverso la sua professione, smettendo di fare gli interessi delle grandi corporazioni che ha difeso fino adesso e facendosi guidare dalle sue visioni. Scritto da Greg Berlandi (Everwood) e, interpretato, tra gli altri, da Victor Garber (Alias).
Reaper è infine il nuovo progetto previsto da settembre 2007 per The CW (che ha avuto un pessimo esordio quest'anno con le sue serie) scritto da Kevin Smith (Clerks). Anche qui siamo dalle parti del soprannaturale, ma questa volta il taglio è volutamente grottesco e sopra le righe, nel più puro stile del regista e sceneggiatore: al compimento del suo ventunesimo compleanno, Sam scopre, attraverso strani ed inquietanti visioni e poi dalla confessione palese dei suoi genitori, che il padre e la madre hanno venduto l'anima del loro primogenito al diavolo, per risolvere i loro problemi economici e di salute. Il diavolo avrebbe riscosso non appena Sam avesse compiuto la maggiore età. E infatti, puntualmente Satana si fa vivo nei panni di Ray Wise (il padre di Laura Palmer in Twin Peaks) che presenta il conto a Sam: la sua missione srà quella di acciuffare le anime perse che sono riuscite a fuggire dall'inferno e che seminano morte e distruzione sulla terra. Sam avrà di volta in volta uno strumento diverso per catturarle (il primo è un aspirapolvere...) e dei punti di consegna concordati, veri e propri "inferni sulla terra" (nel primo caso che Sam affronta, la consegna avviene nel caotico ufficio della motorizzazione civile...). In questa bislacca missione, Sam viene affiancato dal suo fedele amico e collega di lavoro, e dalla ragazza di cui è innamorato, ma che non ha il coraggio di conquistare.
La mano di Kevin Smith si nota nei dialoghi sboccati e dissacranti, nel rapporto tra Sam e il suo amico (che ricorda quello dei due protagonisti di Clerks). Anche in Reaper i nostri eroi lavorano infatti in un enorme shopping mall di articoli per il fai da te, che si riveleranno molto ultili per le missioni a cui verrano sottoposti. Insomma, la serie pare avere tutti gli ingredienti per piacere al target giovane cui è destinata. Chissà che non riesca a sollevare le sorti del canale CW (frutto della fusione tra UPN e THEWB) che ha avuto risultati molto inferiori alle aspettative.
Un posto al sole d'estate

Per i sempre numerosi fan (maddeché) che vogliono essere aggiornati su come quando (ma poi perché?) godere delle creazioni del mio intelletto (ma anche no), rendo noto che dal 16 luglio, dal lunedì al venerdì alle 20:30 su Rai Tre andrà in onda Un posto al sole estate, lo spin off della serie madre che vi terrà compagnia al fresco delle vostre località di vacanze... di cui mi pregio di essere l'autore insieme al mio collega ma soprattutto amico Paolo Terracciano.
Mi sono divertito molto a scriverlo, e spero che tale divertimento si riverberi (notare il verbo riverberi voce del verbo riverberare, segno di un'innegabile capacità di articolare locuzioni auliche e forbite...) anche su chi avrà l'ardire di seguire le quaranta puntate della mini soap.
Le storie coinvolgono tutti o quasi i personaggi della serie madre, e come il periodo in cui sono ambientate, si svolgono in pieno clima vacanziero, in un bellissimo villaggio turistico, con trame che tentano di riprodurre le situazioni classiche della commedia estiva, con in più un pizzico di suspence legata ad un giallo intrigante.
Qui il sito ufficiale, che si arricchirà via via di nuovi contenuti.
I cinque momenti "tv perfection" di quest'anno secondo me
Spoiler alert: se non hai visto la dodicesima stagione di ER, la quinta di The Shield, la sesta dei Soprano, la quarta di Nip/Tuck, la prima di Jericho, allora amico mio ti sei perso grandi cose, e per non rovinartele nel caso volessi recuperarle, NON continuare a leggere. Se invece hai visto tutto quello di cui sopra, magari ti farà piacere condividerlo con me. Se, infine, non ti fai problemi con gli spoiler, allora leggi pure. Insomma, fai un pò come ti pare....
Ecco, di seguito (con un breve commento personale) le scene che quest'anno mi hanno emozionato di più di alcune serie che seguo. Si tratta, non a caso, di finali di stagione in quattro casi su cinque. Il finale di stagione è infatti il momento di maggiore climax di qualunque serie televisiva, quello con il maggior tasso di emozioni più o meno sospese e di eventi potenzialmente esplosivi, con i quali gli spettatori devono convivere per mesi, aspettando l'inizio della stagione successiva.
1. ER dodicesima stagione. Season finale. Episodio 12x22: 21 guns
Il grande vecchio delle serie ospedaliere, che nelle ultime stagioni sembrava appannato dal più glamour Grey's Anatomy, con la dodicesima stagione (data per ultima dalla NBC) ha fatto il miracolo di recuperare spettatori e consentire la produzione di altre due stagioni (la tredicesima appena conclusa) regalandoci un finale mozzafiato. Ecco di seguito le due scene clou: nella prima, una sparatoria che mette a soqquadro il pronto soccorso. Ne sono coinvolti alcuni poliziotti contro il marito dell'infermiera Sam e un complice (travestito da guardia carceraria). Il marito di Sam è un galeotto che si è fatto ricoverare all'ospedale per poter fuggire, portandosi come ostaggio la ex moglie. Tutto sembra andare liscio quando all'improvviso si scatena il putiferio... e Sam scopre con orrore qualcosa che non si aspettava...
Nel loro piano il marito di Sam, il complice e la sua ragazza travestita da infermiera hanno aggredito Luka, lasciandolo in fin di vita (e intubato) in una sala. Nel frattempo anche Abby viene colpita. La donna è incinta del figlio di Luka, che la guarda stare male impotente dalla stanza dove è imprigionato... tutto in un montage splendido sulle note della canzone Open Your Eyes degli Snow Patrol.
2. The Shield quinta stagione. Episodio 5x11: Post Partum
Nell'incazzatura dei tagli operati per la distribuzione europea dell'episodio, come decumentato a suo tempo qui, non ho avuto modo di parlare della scena più bella in assoluto dell'intera serie, compresa la sesta stagione appena conclusa. Una scena della lunghezza di 7 minuti e passa, una durata inconcepibile per una serie televisiva come The Shield, che vanta un ritmo vertiginoso, con scene che non superano il minuto e mezzo di durata. Questi sette minuti hanno la potenza della tragedia incombente. La tensione sale in maniera sottile e inquietante. I protagonisti della scena sono Shane e Lem: colleghi ma soprattutto amici, fanno parte di quello Strake team guidato da Vic che, all'interno del distretto di polizia di Farmington, ha fatto per lungo tempo il bello e cattivo tempo, con azioni anche illegali, e che ora è sotto il torchio della disciplinare guidata da Kavanaugh (un grandissimo Forest Whitaker). Il problema è che la disciplinare, per una serie di sfortunate circostanze, ha in pugno Lem, e sta cercando di convincerlo a denunciare anche gli altri suoi colleghi. Lem si è reso dunque irreperibile. Gli amici vorrebbero farlo fuggire in Messico, ma lui non è d'accordo. Shane è lì per convincerlo.
Quello che accade in questi sette minuti, tenuti in piedi dalla bravura di soli due attori e da una scrittura drammaturgica di abbagliante genialità, è la prova più difficile che un uomo si possa trovare di fronte: la scelta di sacrificare l'amico per salvare se stessi. L'atto più ignobile si compie come scelta di sopravvivenza obbligata: la tua morte per la mia vita.
3. I soprano. Series finale. Episodio 6x21: Made in America
Chi segue il mio blog conosce l'opinione che ho dei Soprano. Semplicemente la migliore serie tv di sempre: per la complessità dei personaggi, della struttura narrativa, dell'ambientazione, della scrittura. Ecco perché l'episodio andato in onda domenica scorsa su HBO ha rappresentato per me e tanti altri estimatori la fine di un'era. La serie è finita in un modo a dir poco sconcertante. Ancora una volta, nel bene e nel male, I soprano hanno chiuso in un modo mai visto prima in ogni altra serie televisiva americana, con uno stratagemma formale che, di primo acchito, ha fatto pensare all'errore umano, al disguido tecnico, ad uno scherzo inconcepibile.
Ma se, come prima reazione, si rimane a bocca aperta in un misto di sbigottimento e delusione, con il passare del tempo questo finale assume un senso ed intriga. Tutta la scena è comunque costruita con un uso magistrale della tensione e del pericolo incombente. Tony Soprano e la sua famiglia sono infatti nel pieno di una guerra di potere tra la mafia di New York e quella del Jersey. Quindi la cena che stanno per consumare in un anonimo Diner potrebbe nascondere un tragico epilogo...
UPDATE: il finale è stato tolto da Youtube per rischiesta della HBO. In alternativa, un tributo alla serie attravero un montage di immagini tratte dalle varie stagioni
4. Nip/Tuck. Season Finale. Episodio 4x15: Gala Gallardo
Nip/Tuck è una serie che ha avuto a mio giudizio momenti diseguali di creatività ed esagerazione, tenuta narrativa e cedimenti al grottesco e all'inverosimile. Ciò nonostante, la quarta stagione ha avuto un finale memorabile, in cui, per un motivo o per un altro, tutti i personaggi si ritrovano soli e abbandonati. Il finale adotta la tecnica del lip sinc sulle note di una bellissima canzone dei The submarines, Brighter Discontent, che parla proprio di solitudine e rimpianto. Questa tecnica, gia usata in un lungo montage di "Magnolia", si dimostra particolarmente efficace ed evocativa.
5. Jericho. Season finale. Episodio 1x22: Why We Fight
Jericho sembrava destinata ad essere cancellata dopo una sola stagione, nonostante avesse avuto una buona media d'ascolto. Ma la protesta dei fan ha ottenuto la produzione di ulteriori sette episodi che, se reggeranno negli ascolti, consentiranno la produzione di una seconda stagione completa, altrimenti concluderanno gli eventi che nella prima serie erano rimasti in sospeso. Si è fatto un gran parlare, in questi giorni, del successo che i fan della serie hanno avuto nel convincere i vertici della CBS a dare una seconda possibilità a Jericho. Si è detto, in particolare, che tale successo è stato possibile grazie alla fantasiosa messa in pratica della protesta: ovvero l'invio di tonnellate di noccioline presso la sede della CBS.
Alla luce di questi eventi, rivedere la scena che ha dato lo spunto alla fantasiosa protesta, assume un significato particolare, e consente di riflettere sulla scaltrezza degli sceneggiatori (ancorché inconsapevole), che hanno avuto buon gioco nel raccontare un evento della seconda guerra mondiale ispirandosi ad un'altra grandissima serie di culto: Band of brothers.
L'episodio finale di Jericho si intitola infatti come il penultimo di Band. Non solo, ma l'aneddoto della parola "Nuts" (che vuol dire sia "noccioline" che "cazzate", "col cavolo", più o meno) è stato messo in scena proprio in una bellissima scena di Band of brothers.
A Bastogne, la controffensiva nazista aveva circondato l'esercito angloamericano. Alla richiesta da parte del generale tedesco della resa incondizionata, il comandate in capo delle forze alleate rispose (suscitando sconcerto nell'interlocutore, che non ne afferrò il senso) appunto "Nuts".
Ecco come un'analoga versione ha luogo in Jericho:
Varrà a qualcosa?
Att.ne
Daniela Hamaui
Direttore Responsabile
e
p.c.
Ufficio Abbonamenti
Gentile Direttore,
sono stato un fedele lettore del settimanale "L'espresso" per lunghi anni, fin dalla mia infanzia. Mio padre era abbonato e i miei primi ricordi di lettura sono legati allo sfogliare quel settimanale con il quale si può dire che sono cresciuto.
Se oggi mi reputo una persona aperta, democratica, onesta, solidale e attivamente impegnata credo di dover ringraziare, oltre ai miei genitori che mi hanno educato, anche il giornale che lei dirige, "L'Espresso".

In questo blog si parla a più riprese di Grandi Domani, da un punto di vista "interno" (ci ho lavorato).

Eccovi i post, se vi interessa:
Grandi Domani #1 Grandi Domani #2 Grandi Domani #3 Grandi Domani #4 Grandi Domani #5
Adoro i telefilm americani di qualità. Ecco alcuni post in cui ho parlato di:
I Soprano, senza tema di smentita il più bel telefilm di tutti i tempi. Ne ho scritto qui.
Lost, la serie più intrigante dai tempi di Twin Peaks: qui, qui, qui e qui.
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Squadra emergenza, dai creatori di ER: pompieri, paramedici e poliziotti in un colpo solo a New York: qui.
The shield, la serie poliziesca più innovativa degli ultimi anni, degna erede di Hill Street, NYPD e Homicide: qui e qui.
CSI, nella fattispecie una recensione degli ultimi due episodi della quinta stagione, quelli scritti e diretti da Quentin Tarantino: qui.
The 4400, fantascienza "filosofica", creata e prodotta dall'American Zoetrope di Francis Ford Coppola: qui.
OZ, la serie più cruda e malsana mai vista. Il ritratto realistico della vita in un carcere americano di massima sicurezza: qui.
Prison break, ancora un altro carcere, ma questa volta il racconto parossistico e senza tregua di una evasione spettacolare: qui.
L'Header è una rielaborazione del celebre dipinto Nighthawks di Edward Hopper fedelmente riprodotto da Dario Argento nel film Profondo rosso, del 1975, anno della mia nascita. Marcus Daly è il mio nick, ed è anche il protagonista di Profondo Rosso. Come si vede, tutto torna.
marcusdaly75@yahoo.it
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